Talking Hands, storie di imprenditoria sostenibile

Storie di imprenditoria sostenibile: Talking Hands

Talking Hands è un atelier, workshop e studio artistico no profit basato a Treviso dove le persone provenienti da comunità di rifugiati curano il design, la creazione e la vendita di prodotti di moda e design. Abbiamo approfondito la storia di questo progetto, e del contesto in cui è nato e cresciuto, con Fabrizio Urettini, fondatore di Talking Hands.

Due sarti di Talking Hands al lavoroAtelier | Ph. Francesco de Luca

NAMA: 
Ciao Fabrizio e grazie per aver accettato di fare una chiacchierata con noi! Cominciamo dalla storia di Talking Hands, iniziativa nata da uno spazio occupato e poi cresciuta e mutata, ma rimasta fedele al suo approccio orizzontale e partecipativo. Com’è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo? Quali sono stati i momenti chiave che hanno definito cosa (e soprattutto chi) è Talking Hands oggi? 

FABRIZIO:
Talking Hands nasce durante la crisi umanitaria del biennio 2015-2016, quando attraverso il canale di Sicilia e principalmente dalle coste libiche sono partite verso l’Europa all’incirca trecentocinquantamila persone molte delle quali transitate a Lampedusa e smistate poi nei diversi Centri di Accoglienza Straordinari in tutta Italia. 

Treviso a differenza del Veneto orientale e del Friuli Venezia Giulia è stato solo marginalmente investito dai flussi provenienti dalla rotta dei Balcani. In quel periodo è arrivata in città una nuova popolazione di circa 2.000 nuovi cittadini, molti dei quali provenienti dall’Africa occidentale e perlopiù di un’età compresa tra i 18 e i 26 anni. 

Oggi la situazione è completamente mutata, le attuali politiche di controllo delle frontiere applicate dalla UE hanno spostato la crisi umanitaria verso altri paesi: in Bosnia e Croazia dove transitano in condizioni inenarrabili le popolazioni provenienti dall’Asia centrale ma soprattutto in Grecia dove intere isole, come Moria e Lesbo, sono state per un periodo trasformate in prigioni a cielo aperto imitando un modello di esternalizzazione già praticato dagli australiani nelle isole di Nauru e in Papua Nuova Guinea. Le persone detenute in queste strutture sono intrappolate in un limbo, ostaggi delle frontiere vivendo di fatto una detenzione a tempo indeterminato e la sistematica elusione della protezione internazionale. 

In tempi più recenti le rotte del traffico internazionale di esseri umani si sono spostate lungo le coste Spagnole ed è in crescita la pressione verso Melilla, enclave spagnola in Marocco, dove recentemente 18 persone sono morte nel tentativo di forzare le barriere. I numeri oggi sono molto diversi, ma il flusso non si è mai fermato, siamo per quanto riguarda l’Italia su numeri decisamente inferiori, 16.626 i nuovi arrivati nel 2021 mentre sono sempre circa 2.000 quelli che ogni anno non arrivano a destinazione e perdono la vita nel tentativo di attraversare il Canale di Sicilia.

Credo sia importante inquadrare il contesto nel quale l’esperienza di Talking Hands è nata, su una scala locale ma anche in un’ottica europea. L’instabilità politica, i conflitti, le ricette del fondo monetario internazionale, le politiche estrattive e predatorie praticate su vasta scala e non ultimo gli effetti della crisi climatica, stanno producendo come conseguenza lo spostamento di intere popolazioni in tutto il pianeta e principalmente dal sud verso il nord, non è un fenomeno nuovo e neppure concluso. 

In Italia, ancora una volta, è stato trattato come emergenza, anche se i flussi migratori lungo le coste dello stivale proseguono con diverse intensità almeno dagli anni ’90 del secolo scorso.

Le emergenze giustificano il più delle volte l’ingiustificabile ed è così che il modello italiano di accoglienza si è rapidamente trasformato in un nuovo e lucrativo modello di business, basato sui grandi numeri ai quali corrispondono dei grandi profitti. Molte aree demaniali, perlopiù ex caserme dismesse e che costituiscono un patrimonio immobiliare vastissimo in Veneto e Friuli.  La presenza delle ex caserme è un’eredità della guerra fredda dovuta alla contingenza geografica con il vecchio confine orientale, dopo decenni di abbandono, questi luoghi sono stati frettolosamente riaperti e gestiti da società di comodo, nate in quel momento, e prive di uno storico nel complesso ambito dell’accoglienza. 

Queste società private, attraverso un modello di business di evidente ispirazione neoliberale e basato sull’esternalizzazione a ribasso dei servizi minimi di base (mensa, pulizie, forniture di beni di prima necessità), in un breve arco di tempo sono state capaci di produrre utili per decine di milioni di euro incamerando i fondi messi a disposizione dal Ministero mediante le Prefetture. Quest’ultime, delegando a società private la gestione dell’accoglienza, si sono liberate di un problema. All’interno dei CAS - i Centri di Accoglienza Straordinaria non erano presenti presidi medici, non c’erano psicologi e mediatori culturali formati, avvocati in grado di orientare i rifugiati nel lungo e complesso iter burocratico della domanda d’asilo, e neppure corsi di lingua e di formazione professionale.

Una nuova popolazione composta da centinaia di giovanissimi individui intrappolati e irregimentati all’interno di ex caserme, luoghi chiusi e impermeabili per definizione, e costretti per dei periodi molto lunghi ad un’inezia forzata.

Questo era il contesto in quel momento e con una popolazione giornaliera che attraversava il workshop di decine e decine di ragazzi. 

Per loro Talking Hands, all’interno del Centro Sociale Django, è diventato una casa, uno spazio rifugio, dal primo giorno ne possedevano le chiavi e avevano libero accesso all’atelier. 

In quella fase è stato fondamentale ascoltare le storie, i desideri e le necessità di questa nuova popolazione che scalpitava per essere messa alla prova, per riprendersi la propria vita e il proprio destino in mano. 

Il design è stato fondamentale per progettare prima di tutto una mappatura dei servizi rivolti alla persona e individuare altre realtà a livello territoriale che potessero venirci in aiuto nei diversi ambiti d’intervento (alfabetizzazione, supporto legale e psicologico, accesso al servizio sanitario nazionale, sindacale) e tentare di costruire assieme un altro modello di accoglienza, comunitario, che nasceva dal basso e che riusciva a fare da ponte verso l’esterno.

Una volta riusciti a costruire questa comunità intorno al progetto e a dare delle risposte immediate alle diverse emergenze quotidiane abbiamo iniziato ad interrogarci su cosa potessimo fare all’interno del workshop, privilegiando modelli di governance circolari. Da una consultazione era emersa un’ampia ricchezza di conoscenze artigiane, erano presenti nel primo gruppo di lavoro, ragazzi che avevano rudimenti di sartoria, falegnameria, saldatura e sapevano battere il ferro a martello, ricamatori, alcuni di questi mestieri erano stati appresi durante il viaggio ed erano serviti in parte a finanziarlo. 

L’idea, molto semplice, era quella di valorizzare le abilità che erano presenti all’interno del workshop e per farlo abbiamo creduto fosse utile chiedere a dei professionisti di relazionarsi con noi, di mettere a disposizione un pò del loro tempo e di iniziare a progettare assieme delle collezioni di prodotti. A nessuno, questo ci tengo a dirlo, è stato mai chiesto di venire con un progetto “chiavi in mano”, quanto piuttosto di lavorare assieme a noi e di tentare, con i pochi mezzi e materiali che avevamo a disposizione, di co-progettare degli artefatti.

La prima collezione, “Rifùgiati”, composta da una serie di micro architetture domestiche per bambini, è stata realizzata assieme al designer di prodotto Matteo Zorzenoni e per farla abbiamo utilizzato delle vecchie scatole di legno che un tempo erano servite come urne elettorali e che erano state dimenticate in un deposito comunale all’interno del centro sociale. Ecco, questo mi sembra uno spunto interessante e concludo la prima domanda, la prima collezione è stata fatta con delle urne elettorali che sono state trasformate in casette e poi abbellite da pattern grafici ideati e dipinti da un giovane cittadino che però non detiene il diritto di voto: Sheriffo Darboe.

Gruppo di persone di Talking Hands, tra cui Fabrizio, intorno ai prodotti di Rifùgiati
Desire Week - Macao (Milano) | Ph. Francesco de Luca

Talking Hands oggi è molto diverso, perché la stragrande maggioranza delle centinaia di ragazzi che hanno attraversato lo spazio in quegli anni, è oggi finalmente titolare di un permesso di soggiorno, lavora in regola, sostiene economicamente la famiglia nel Paese d’origine e si sta costruendo una nuova vita in Italia. Questo è il dato fondamentale e che da solo smentisce tutte le narrazioni tossiche e razziste che ci hanno propinato in questi anni. Il comparto della logistica, l’agricoltura, i laboratori, le fabbriche e ultimamente il fiorente mercato dell’edilizia, hanno assorbito completamente questa comunità di nuovi cittadini italiani ed europei. 

Altri invece hanno deciso di continuare nel percorso di professionalizzazione iniziato a Talking Hands e altri ancora sono rimasti a nostro fianco. Di quel periodo è rimasta l’anima e il piacere per la sperimentazione e i processi progettuali plasmati dalle turbolenze piuttosto che da realizzazioni lineari. 

La porta dell’atelier è rimasta aperta e sono numerosi i volontari, gli stagisti e i professionisti che ci chiedono di poter lavorare assieme a noi, recentemente abbiamo ospitato in stage Maxime, studente del dipartimento di fashion design di HEAD, prestigiosa scuola di design a Ginevra e da poco abbiamo ultimato un progetto artistico in collaborazione alla fotografa concettuale Giulia Iacolutti.

Cerchiamo di utilizzare il design per dare delle risposte a dei bisogni concreti e di farlo con un approccio organico, in uno spazio che è quello fisico dell’atelier dove trovano espressione i diversi vissuti biografici, le sensibilità, i diversi approcci, consentendoci di aprire una finestra verso immaginari altri e plurali, mediante un modello che è quello del community work.

Due sarti al lavoro da Talking Hands
Atelier | Ph. Francesco de Luca

NAMA:

Talking Hands crea dei prodotti il cui design e progettazione mirano ad aprire a immaginari altri, più plurali rispetto a quello eurocentrico. Qual è il processo creativo che si cela dietro i vostri prodotti? Chi sono le persone che contribuiscono alla loro immaginazione e creazione? C’è un prodotto che ti va di raccontarci più nel dettaglio? 

FABRIZIO:
All’interno del workshop abbiamo creduto fosse necessario aprirci a degli immaginari altri, plurali, e per farlo fosse necessario uscire da una certa autoreferenzialità in termini progettuali ma la questione andrebbe guardata attraverso una prospettiva più ampia perche investe tutti gli ambiti dell’umano vivere, una necessaria trasformazione intellettuale. 

Pensiamo sia fondamentale iniziare a considerare che l’immaginario è anche quello di tutte le popolazioni che abitano il pianeta. 

Quando guardiamo gli altri, non crediamo di doverlo fare con la curiosità del turista, o forse peggio, con lo sguardo di chi gli attribuisce un certo esotismo e un’alterità radicale, perche gli altri non sono altro che lo specchio di chi siamo noi. 

Sono una delle facce della nostra esperienza umana e le diverse esperienze non possono che fornirci delle risposte a degli interrogativi che sono anche i nostri. Dobbiamo quindi aprire il nostro immaginario verso qualcos’altro, la situazione dei popoli del mondo non crediamo possa cambiare mai se non saremo capaci di cambiare nelle nostre menti l’idea che l’identità non ha una radice unica, fissa e intollerante ma è costituita da un’ampia rete radicale che interagisce e dialoga da quando l’uomo ha messo il piede sulla terra.

Siccome nel campo del design non esiste molta letteratura che tratta la decolonizzazione dell’ambito del progetto, chi ci è venuto in aiuto fornendoci delle utili linee guida sono stati alcuni autori degli studi postcoloniali. Frantz Fanon, Edward Said, Aimé Cesaire, Kwame Nkrumah, ed Edouard Glissant soprattutto, padre della teoria della “créolité”.

I postcoloniali sono stati i primi, a partire dal crollo del colonialismo europeo, che si sono interrogati sulla necessità di superare un modello eurocentrico e di avviare una riflessione sulle identità.

Glissant, che nello specifico si è occupato dei fenomeni di creolizzazione, iniziando le sue ricerche nelle Antille, dice che la creolizzazione per avvenire presuppone che gli elementi culturali messi a confronto debbano necessariamente essere di valore equivalente, se non lo sono non monta la maionese. Se alcuni di questi elementi vengono sminuiti rispetto ad altri, non avviene la creolizzazione, esige che gli elementi eterogenei messi in relazione si intervalorizzino, che non ci sia degradazione o diminuzione dell’essere, sia dall’interno che dall’esterno in un reciproco mescolarsi. E’ questa la maionese che stiamo facendo da ormai cinque anni a Talking Hands.

Lavagna con su scritto Sarto / Sarta accanto a mappa dell'Africa in classeCon le mani imparo l'italiano | Ph. Fabrizio Urettini

NAMA:
Talking Hands presta molta attenzione alle realtà con cui collabora, a partire dalle materie prime utilizzate per i suoi prodotti. Come scegliete i tessuti e i produttori con cui poi realizzate i vostri capi? So che spesso ricevete dei doni materiali (es. del jeans in avanzo etc.): come impattano questi “incontri” con nuove materie prime nella creazione dei vostri prodotti?

FABRIZIO:
Il responsabile dell’atelier moda è Samuel Agyemang, originario di Takoradi, con precedenti esperienze di sartoria nel paese di origine dove confezionava i costumi del suo gruppo di ballo per il famoso Ghana Carnival Parade. 

Al progetto collaborano al contempo anche designer, studenti, attivisti, e fotografi italiani e internazionali; le persone – sia i volontari che i migranti – contribuiscono per un periodo limitato di tempo, lasciando poi spazio ad altre persone che arriveranno e collaboreranno, in base alle diverse esigenze, il tempo a disposizione, le esperienze e gli obiettivi prefissati dal progetto.

Ogni prodotto sviluppato da Talking Hands è il risultato di una piccola filiera produttiva, che coinvolge persone con diversi gradi di esperienza e abilità, sostenendo un miglioramento delle competenze nei diversi ambiti disciplinari. Il processo di creazione di valore viene dunque affidato agli individui, alla comunità creativa e ad una rete sociale di persone che gravitano intorno al workshop.

La dimensione partecipativa si verifica in ogni fase del processo creativo e produttivo. La selezione dei tessuti è il primo momento di confronto tra i diversi attori coinvolti nello sviluppo delle collezioni. Il Lanificio Paoletti di Follina (TV) ha aderito al progetto, mettendo a disposizione i propri tessuti, i cosiddetti “fazzoletti” - test di produzione dove vengono apportate delle variazioni di trama e ordito, pezze randagie, esuberi di produzione, campionature e rimanenze di magazzino non vendibili a causa dello scarso metraggio; la scelta di utilizzare il materiale di scarto si posiziona in una visione di sostenibilità ambientale.

Viene fatta una prima selezione dei materiali tessili da utilizzare per la confezione valutandone le caratteristiche tecniche in funzione della tipologia dei capi da realizzare. La scelta finale, motivata anche da colori, texture e disegnature tessili, è fatta dai sarti; un metodo di lavoro basato su un equilibrio tra elementi statici e variabili, i tessuti vengono combinati tra loro mediante il quilting. Quest’ultimo ha origini antiche, unire dei fazzoletti di stoffa per comporne uno più grande è una pratica diffusa in tutto il mondo, proprio perché tecnica “povera”, che nasce da una logica di recuperazione nel quadro dell’economia domestica. Durante lo schiavismo, specie negli stati del sud degli Stati Uniti come in Alabama e dove le condizioni di vita nelle piantagioni erano terribili, ha assunto delle forme inedite, i Quilt afroamericani rappresentano dei veri e propri gesti di resistenza culturale, la cui fattura, qualità artistica ed espressiva è entrata a pieno titolo nel paesaggio culturale nordamericano.

I tessuti provenienti dal Lanificio Paoletti vengono abbinati ai cotoni stampati Wax,  che acquistiamo direttamente da un’azienda africana grazie alla collaborazione dell'antropologa francese ed esperta di African fabrics Anne Grosfilley, autrice di Wax & Co - Antologia dei tessuti stampati d'Africa, che ha creato un filo diretto tra Talking Hands e l'Ivoriana UNIWAX - azienda del gruppo Vlisco e che dal 1968 è leader nell'Africa Occidentale del "véritable pagne wax".

Modella indossa un capo con tessuti wax sovrapposti a una maglietta
T-Save | Ph. Veronika Gorianska

I tessuti, dunque, esprimono già l’incontro tra diverse culture, idee, sensibilità e visioni.

Le fasi di disegno dei capi, degli accessori e complementi d’arredo presentano simili dinamiche di collaborazione, ciascuno è libero di proporre e sviluppare le proprie idee che vengono poi valutate dal gruppo. Lo sviluppo dei pattern avviene sotto la guida di professionisti volontari, da cui abbiamo imparato regole e tecniche, i sarti sono comunque liberi di sperimentare e sviluppare idee lavorando direttamente con i materiali, a mano o a macchina, senza definire prima il cartamodello, che viene ricavato successivamente. Due diverse impostazioni di processo creativo, dunque, si intrecciano e contribuiscono alla crescita del progetto. 

I servizi video e fotografici sono realizzati coinvolgendo gli stessi giovani che li hanno progettati e realizzati, facendo loro partecipare alla costruzione di una "mise en scene" all’interno dell’atelier ma anche in altri contesti. 

Spesso le immagini ritraggono più persone, molte delle quali sono giovani attiviste, ragazze di seconda generazione che diventano a loro volta attrici e registe durante gli shooting: si tengono per mano, ballano, enfatizzando l’anima collaborativa del progetto e partecipano attivamente attraverso i loro canali social alla promozione del brand diventandone coscienti testimonial.

Anche il momento della vendita prevede il coinvolgimento dei vari protagonisti del progetto, attraverso la partecipazione a mercati del design indipendente, fiere, esposizioni temporanee, mostre, in questo modo si instaura un contatto diretto con il cliente e le sue sensazioni, il progetto esce dalla delimitazione spaziale del laboratorio e si estende alla comunità.

Talking Hands si trasforma in un luogo di condivisione di valori, idee, conoscenze; ciascuno porta la propria esperienza, la rende disponibile agli altri, partecipa per un obiettivo comune, lascia tracce di sé anche dopo essersene andato e aver lasciato spazio ad altri.

NAMA:
All’interno del vostro sito avete una meravigliosa pagina “We Are”, che mostra i volti di ciascuna persona che ha scritto un pezzo della storia di Talking Hands. Ci puoi raccontare qualcosa in più delle persone che fanno parte di questo progetto, e di come il progetto si colloca e comunica con la città di Treviso, in cui ha sede?

FABRIZIO:
Non si può raccontare la storia di Talking Hands senza parlare di Bankù. 

Bankù in realtà è il soprannome che i compagni di viaggio gli hanno dato e che in lingua mandinka significa “mangiare”.

Fa parte a tutti gli effetti della comunità che ha gravitato intorno a Talking Hands dal giorno zero. Alle attività del workshop ha sempre preferito la meccanica e la riparazione di oggetti ritrovati, trascorreva le sue giornate intento a cercare di riparare vecchi strumenti meccanici, elettrodomestici, obsoleti impianti hi-fi, biciclette, utensileria varia, fino a scooter e ciclomotori. Questa sua pratica ha causato non poche tensioni all’interno dell’atelier perché nel giro di pochissimo tempo Bankù era in grado di riempire tutti gli spazi disponibili di valigie, sacche e bidoni riempiti fino ad esplodere di oggettistica e vestiti usati che Banku raccoglieva con la speranza un giorno di poter spedire nel Paese d’origine, il Gambia. 

Periodicamente era necessario liberare lo spazio dalle decine di valigie che Banku custodiva, spesso lasciate in deposito da compagni di viaggio che partivano leggeri verso altre destinazioni e che poi non sono più ritornati.

Bankù, quando è arrivato in Italia, come moltissimi altri ragazzi provenienti dalle aree rurali del west-Africa, era analfabeta funzionale, rimasto orfano all’età di 9 anni è riuscito a sopravvivere attraverso una sua speciale capacità di orientarsi in qualsiasi tipo di contesto, quella che i francesi chiamano “l’Art de la Débrouille” e che gli ha consentito di diventare adulto per poi riuscire ad attraversare il deserto del Niger, raggiungere la Libia e imbarcarsi verso l’Italia, diventato a tutti gli effetti suo Paese d’adozione.

Bankù, in queste sue pratiche giornaliere di moderno cacciatore raccoglitore era in grado di soddisfare i bisogni suoi e della sua comunità d’appartenenza e di farlo in poche ore, sapeva esattamente dove trovare tutto e al miglior prezzo e tornava all’atelier dalle sue missioni sempre con un grosso sacco di riso sulle spalle, cipolle, polli surgelati e scatolame vario. Il resto del tempo lo dedicava alla socialità dell’atelier, se c’era la necessità, non si è mai sottratto di aiutare il gruppo di lavoro, ma la sua era soprattutto una presenza carismatica, capace di infondere sempre buonumore e ottimismo e al contempo rivelarsi anche un abilissimo mediatore durante i conflitti che ogni tanto nascevano all’interno del gruppo, che il più delle volte terminavano con una battuta di Bankù.

All’interno del Centro Sociale dove è amato e rispettato da tutti ha ad un certo punto allestito un piccolo orto e poi anche un pollaio dove razzolavano prima 4, poi 5 e poi 6 galline ovaiole che gli obbedivano a comando.

Bankù è dotato di un’intelligenza finissima, in questo suo muoversi all’interno di un’economia informale non ha mai superato quella sottile e invisibile barriera tra la legalità e l’illegalità. E’ chiarissimo in lui il senso e l’importanza che da alla comunità, la sua rete sociale gli consente di sopravvivere, come metafora potremmo utilizzare la tela di un ragno la cui forza, resistenza e resilienza diventa un formidabile strumento di approvvigionamento del cibo, una vera ossessione quella di doversi procurare da mangiare e da cui proviene il suo soprannome.

Oggi Bankù è titolare di un regolare permesso di soggiorno, ha seguito con successo dei corsi di alfabetizzazione di base e di conversazione con insegnanti volontarie ed è ora iscritto ad un CPT - Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti dove sta ottenendo i primi certificati linguistici. Lavora in una serra fungaia con regolare contratto e vive all’interno di un interessante esperimento di co-housing sociale assieme ad altri 6 suoi compagni dove ha allestito un nuovo orto.

Collezione Rifùgiati, vari pezzi su sfondo bluRifùgiati | Ph. Michele Amaglio

NAMA:
Talking Hands si pone l’obiettivo di formare dei progettisti. Tu stesso sei un art director. In che modo a tuo avviso il design può essere strumento di cambiamento sociale?

FABRIZIO:
Non illudiamoci che possa essere il design ad innescare dei processi di cambiamento sociale, sarebbe un grande errore, una presunzione che ha creato non pochi disastri nel passato. Il design semmai può fornire un formidabile strumento per dare delle risposte a delle nuove esigenze conseguenti ai processi e le trasformazioni sociali in corso. Sempre Edouard Glissant parlando dei processi di creolizzazione - e preferisco utilizzare questo termine proprio perché riferito ad un fenomeno linguistico e quindi culturale piuttosto che parole come meticciato, ibridazione e melting pot che detengono ancora un’ingombrante eredità biologica - dice che non si può scrivere oggi senza considerare l’esistenza di tutte le lingue del mondo, e io credo che questo ragionamento possa essere esteso anche al design, alla moda, l’architettura e tutte le discipline di progetto. 

Due donne indossano kimono con stampe geometricheNuova primavera estate | Ph. Veronika Gorianska

NAMA:
Se i nostri lettori volessero supportare Talking Hands o fossero interessati ad approfondire il progetto, come possono entrare in contatto con voi?

FABRIZIO:
Scriveteci, veniteci a trovare, visitate il nostro sito, finché ci saremo la nostra porta sarà sempre aperta.

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